Teodorico il Grande, l'ultimo imperatore

“Teodorico fu uomo forte, bellicosissimo. Suo padre carnale fu Valamerico, re dei Goti; sua madre, Ereriliva, gota, ma cattolica e battezzata con il nome di Eusebia. Regnando illustre e di umani intendimenti per trentatré anni, la prosperità si diffuse in tutta l’Italia per un trentennio, e ci fu anche pace per le genti che ardentemente la desideravano. Teodorico infatti non operò mai se non a ragion veduta. Così riuscì a reggere, sotto un solo governo, due razze come quelle dei Romani e dei Goti. Sebbene ariano, non mise mai in atto nulla a danno della religione cattolica. Fece allestire giochi nei circhi e spettacoli negli anfiteatri, tanto da meritarsi dai Romani l’appellativo di Traiano e di Valentiniano, le cui epoche s’era proposto come modello, e da venir ritenuto dai Goti, giusta l’editto nel quale si preoccupava d’ordinare su salde basi le norme giuridiche, re di grandissimo animo in tutte le sue imprese.
Stabilì che l’ordinamento degli uffici pubblici continuasse, per i Romani, come sotto gli imperatori. Largì doni e cibarie. Sebbene avesse trovato un erario affatto di paglia, con la sua attività lo rimise in sesto, anzi lo fece ricco.
Era illetterato, ma di tale innata saggezza che alcune sue battute rimangono nel popolino con valore di sentenze […].
Il re Teodorico pertanto era illetterato, anzi di tali limitate possibilità da non riuscire, in dieci anni di regno, a imparare nemmeno le quattro lettere dell’autentificazione dei suoi decreti. Tanto che fece battere e limare una lamina d’oro con quattro lettere ‘legi’, e quando voleva firmare, non faceva altro, posta la lamina sul documento, che andarle dietro con la penna in modo che si vedesse solamente l’autentificazione.
Teodorico, insignito Eutarico del consolato, celebrò il trionfo a Roma e a Ravenna. Ma Eutarico fu troppo crudele e nemico della fede cattolica.
In seguito, mentre Teodorico era a Verona per certe inquietudini popolari, a Ravenna scoppiò violento un tumulto tra Ebrei e Cristiani, con gli Ebrei che a viva forza gettavano nel fiume un gran numero di battezzati che li schernivano. Questa la ragione per la quale il popolo s’incollerì e, senza obbedire né al re né a Eutarico né a Pietro, il vescovo d’allora, assalì le sinagoghe e subito le incendiò: cosa che, in situazione analoga, s’era verificato anche a Roma. Immediatamente i Giudei corsero a Verona, dal re, dove Trivane, il gran ciambellano, da quell’eretico protettore d’Ebrei che era, diede al re una versione dei fatti sfavorevole ai Cristiani. E il re, sentenziando in merito, ordinò che tutto il popolo dei Romani provvedesse a restaurare, a denaro contante, le sinagoghe incendiate di Ravenna. Chi poi non aveva denaro con cui contribuire, andava condotto in giro e frustato agli ordini di pubblico ufficiale. Il re confermò l’ordine con precise disposizioni a Eutarico Cillica e al vescovo Pietro. E così fece.”

(Tratto da Stefano Gasparri, Andrea Di Salvo, Fiorella Simoni, Fonti per la storia medievale. Dal V all’XI secolo, Firenze, Sansoni, 1992, pp. 130-131)