Gli Arabi a Frassineto

“I
[…] parlerà la rocca di Frassineto, che si trova, come è noto, al confine fra Italici e Provenzali.

II
(La fortezza di Frassineto e la sua posizione.)
E perché tutti abbiano ben chiara la posizione di quel luogo – e a te, credo, non dev’essere ignota, anzi la conoscerai meglio, per essertene fatto un’idea dalla descrizione di loro stessi, che sono tributari del vostro re Abderahamen –, da un lato esso è circondato dal mare, dagli altri è protetto da una fittissima e irta boscaglia. Se qualcuno vi si introduce, rimane intrappolato in quell’intrico di rovi e viene trafitto da lunghe spine aguzze; sicché non ha la possibilità di avanzare oltre, e nemmeno di tornare sui suoi passi, se non con grande difficoltà.

III
(I Saraceni conquistano Frassineto.)
Ma per volontà di Dio – una volontà insondabile, ma giusta, né può essere altrimenti –, un gruppo di Saraceni, una ventina soltanto, salpati dalla Spagna su una piccola barca, furono portati qui alla deriva dal vento. I pirati sbarcano di notte, si introducono di nascosto nel paese, fa strage – ahimè! – di cristiani, si impadroniscono del luogo; attrezzano il monte Moro, che è a ridosso del villaggio, a baluardo contro le genti vicine rendendo quella selva di rovi ancor più ampia e più fitta (chi ne tagliava anche un sol ramo veniva ucciso con un colpo di spada). Son così eliminati tutti gli accessi, tranne uno solo, strettissimo passaggio. Fidando perciò nell’asprezza del sito, studiano di nascosto le popolazioni circostanti; mandano messaggeri in Spagna per far venire quanti più rinforzi possibili: magnificano il luogo, assicurano che le genti intorno non valgono nulla, e riportano infine con sé un manipolo di Saraceni, un centinaio soltanto, perché verifichino la cosa.

IV
(I Saraceni devastano la Provenza su invito dei Provenzali stessi, mossi dall’invidia.)
Intanto i Provenzali, la popolazione che si trovava più vicino a loro, presero per l’invidia a litigare fra loro, a uccidersi a vicenda, a derubarsi l’un l’altro e a farsi reciprocamente ogni male potessero inventarsi. Una delle fazioni, che non poteva avere ragione dell’altra come i morsi dell’invidia le imponevano, chiama in aiuto questi Saraceni, astuti non meno che perfidi, e insieme a loro schiaccia i vicini; non contenti di trucidare il prossimo, riducono quella fertile terra a un deserto. Ma guardiamo ora che frutti si sia procurata l’invidia, che qualcuno ha definito ‘giusta’ dicendo:

Non c’è cosa più giusta dell’invidia: rode  proprio chi la prova, e lui tormenta l’animo che quando tenta di ingannare è ingannata, quando trama di uccidere è uccisa. E dunque: i Saraceni, sconfitta l’una fazione con l’aiuto dell’altra (ciò che non avrebbero potuto con le sole loro forze e accrescendo sempre i loro uomini dalla Spagna, incalzano ora in tutte le maniere quelli che prima sembravano difendere; infuriano , fan strage, nulla risparmiano. Le altre popolazioni vicine ormai tremano, perché – come dice il profeta – uno solo di loro ne inseguiva mille, due ne cacciavano diecimila. E perché? Perché il loro Dio li ha venduti, e il Signore li ha abbandonati.

(Tratto da Liutprando, Antapodosis, a cura di Paolo Chiesa, Milano, Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori, 2015, libro I)